SUO FERVORE NEL RECITARE L’UFFICIO
1651 95. Sebbene soffrisse per molti anni di gravi
disturbi di stomaco, milza, fegato e occhi, era così
fervoroso e pregava con tanto raccoglimento, che durante l'orazione
non voleva appoggiarsi al muro o alla parete, ma stava dritto,
senza cappuccio sulla testa, e talora in ginocchio, e passava
nella preghiera la maggior parte del giorno e della notte.
Quando andava a piedi per il mondo, sempre si fermava al momento
di recitare le ore liturgiche. Se poi viaggiava a cavallo
(era abitualmente infermiccio), ne scendeva per dire le ore.
E una volta che tornava da Roma, dopo aver soggiornato alcuni
giorni presso il cardinale Leone, il giorno stesso che uscì
dalla città piovve senza interruzione. Malato com'era,
cavalcava; però, quando volle dire le ore scese da
cavallo e stette in piedi al margine della strada, sotto la
pioggia che lo ammollava.
E spiegò: «Se vuol prendere i suoi alimenti in
pace e quiete questo corpo che assieme ai suoi cibi diventerà
pasto dei vermi, con quanta maggior pace e quiete non deve
l'anima prendere il suo nutrimento, che è Dio stesso».